
Che cosa significa davvero reportage di matrimonio
Una parola usata da tutti, spesso a sproposito
Una parola che oggi scrivono tutti
Reportage sta scritto sul sito di quasi ogni fotografo di matrimonio. Per molti significa soltanto “non vi faccio mettere in posa”, che è una definizione per sottrazione e non spiega niente. Il reportage non è quello che il fotografo evita di fare: è un modo preciso di stare dentro una giornata.
La parola arriva dal giornalismo. Un reportage è il racconto di un fatto vero, fatto da chi c'era, con la disciplina di non modificarlo. Applicato a un matrimonio vuol dire una cosa sola: la giornata succede lo stesso, anche se noi non ci fossimo, e il nostro mestiere è documentarla mentre accade.
Che cosa fa concretamente un fotografo di reportage?
Arriva prima. Guarda la casa, capisce da dove entra la luce a quell'ora, decide dove stare quando arriverà il momento buono. Il lavoro vero è tutto qui: essere già nel punto giusto quando la cosa accade, perché accade una volta e dura pochi secondi.
Anticipa. Se la madre della sposa si sta avvicinando con il velo in mano, la fotografia comincia prima che lo tocchi. Chi si accorge del momento quando è già iniziato fotografa la fine dei momenti, e la fine dei momenti in un album si riconosce subito.
Non dirige. Nessun “rifatelo che non ero pronto”, nessun abbraccio replicato per la macchina fotografica. Quando una scena viene rifatta smette di essere quella scena: le facce cambiano, il corpo si irrigidisce, e sfogliando le pagine si capisce a colpo d'occhio quali immagini sono state ripetute.
Resta. Presenza costante in tutti i momenti salienti, non solo in quelli previsti dal programma. Le cose migliori quasi sempre capitano negli intervalli: mentre si aspetta, mentre ci si sposta, mentre nessuno ha ancora detto di essere pronto.
Reportage non vuol dire assenza
Gira un equivoco piuttosto diffuso: che il fotografo di reportage sia quello che non vi parla, non vi guida e sparisce dietro una colonna. Non è così, ed è anzi il modo più rapido per portare a casa un album pieno di nuche e di persone che mangiano.
Il reportage si costruisce prima. La giornata la progettiamo insieme a voi: dove vi preparate, quanto tempo serve fra un posto e l'altro, dove sarà il sole a quell'ora. Quando la scaletta è giusta le cose belle capitano da sole e a noi basta essere lì. Quando la scaletta è sbagliata non c'è stile che tenga, e si passa la giornata a rincorrere.
Il modo in cui costruiamo quella scaletta è raccontato in come lavoriamo, dal primo incontro fino alla consegna.
Non vuol dire nemmeno rinunciare del tutto ai ritratti: un blocco breve di lavoro guidato con voi due sta dentro qualunque reportage serio. Che cosa cambia fra uno scatto atteso e uno costruito lo spieghiamo in foto spontanee o in posa.

Come si riconosce un vero reportage in un portfolio
Non guardate le fotografie migliori: guardate un matrimonio intero. Le immagini forti le porta a casa chiunque una volta ogni tanto, la differenza sta nella tenuta su una giornata intera.
Cercate tre cose. Le sequenze, cioè due o tre scatti di seguito che raccontano qualcosa che si sviluppa. Le facce degli invitati, non solo quelle degli sposi. E i momenti che nessuno aveva messo in programma: quello è il segno che il fotografo c'era anche quando non doveva succedere niente.
Un altro indizio è la luce. In un reportage la luce è quella che c'era: una chiesa buia resta una chiesa buia, un mezzogiorno duro si vede. Se tutte le fotografie hanno la stessa luce morbida, qualcuno ha aspettato di poter mettere in posa. Nel portfolio trovate giornate intere, non selezioni dei soli momenti facili.
Lo stesso racconto, in movimento
Anche il film del matrimonio segue la stessa regola: si documenta, non si mette in scena
Che cosa chiede il reportage a voi sposi
Poco, ma non zero. La prima cosa è il tempo: se fra la chiesa e la sala resta pochissimo, il racconto si comprime e restano solo le tappe obbligate. La seconda è lasciarci stare vicini nei momenti che contano, compresi quelli in cui vi sembra che non ci sia niente da fotografare.
La terza è smettere di controllare come state venendo. È la parte difficile e dura poco: passata quella, la macchina fotografica diventa arredamento. Da lì in poi il matrimonio è vostro e noi siamo soltanto quelli che lo scrivono.
Il risultato lo vedete alla fine, quando sfogliate l'album: non una raccolta di pose riuscite, ma una giornata che si legge dall'inizio alla fine, con dentro anche le persone che non sapevate fossero lì in quel momento.
Domande sul reportage
Reportage vuol dire niente foto di gruppo?
No. Le foto di famiglia si fanno, perché sono quelle che i vostri genitori aspettano. Cambia il modo: si concentrano in un blocco breve e organizzato, con una lista di nomi decisa prima, così tolgono il minimo indispensabile alla festa.
Se non ci mettete in posa, verremo male?
Il rischio esiste solo se il fotografo non guarda. Un reportage fatto bene sceglie il momento e il punto di vista, e scarta quello che non regge: nella selezione finale non arriva tutto quello che è stato scattato, arriva quello che vale.
Che differenza c'è fra reportage e fotografia documentaristica?
Nella pratica quasi nessuna: sono due nomi per lo stesso approccio. Quello che conta non è l'etichetta sul sito ma il portfolio, quindi guardate se ci sono le sequenze e i momenti non programmati.
Il reportage costa di più?
No, non è una voce a parte: è il modo in cui lavoriamo su tutti i matrimoni. Il preventivo cambia per le ore, per il numero di operatori e per l'album, non per lo stile. Il servizio completo di fotografia di matrimonio resta nella fascia da 1.500 a 3.000 euro.
Volete vedere un matrimonio intero?
Vi mostriamo una giornata completa, dai preparativi alla festa, e vi diciamo che cosa avremmo fatto nella vostra.





